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5 anni di MANDEN 134!

Manden 134 è un’esperienza di comunità, nata ormai 5 anni fa, a partire dall’esigenza che come Acmos vivevamo (e tutt’ora viviamo): provare a trovare risposte collettive alle domande e alle difficoltà che attraversano la vita di ognunə di noi.
Siamo convintə che parte di queste risposte possano nascere proprio dalla comunità e dalla vita condivisa: spazi di confronto, luoghi sicuri, relazioni capaci di sostenere nei momenti di difficoltà e di accompagnare nella crescita.
Quando, più di cinque anni fa, abbiamo iniziato a cercare un posto dove costruire questo orizzonte, il Gruppo Abele ha risposto subito alla nostra chiamata, mettendo a disposizione gli spazi che oggi moltə chiamano casa.
In questi anni più di venti persone hanno abitato a Manden134. Storie diverse, percorsi diversi, ma un’esperienza condivisa: la scelta comunitaria in un tempo che ci vuole solə.
Ascolta le testimonianze di chi ha vissuto in comunità!
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Streben: una rivista per smuovere il movimento!

Come animatrici di Casa Acmos quest’anno ci siamo interrogate sul nostro ruolo nel movimento e sono emerse diverse riflessioni che qui accenniamo solamente per brevità: vorremmo impegnarci per rendere Casa Acmos sempre di più uno spazio di condivisione, confronto e slancio: quindi una Casa Acmos in cui le geche si possano ritrovare, ragionare (possibilmente anche discutere) e immaginare cose nuove, da sperimentare assieme; convinte che solo così il nostro movimento potrà coltivare il desiderio di rinnovarsi e andare oltre al presente, altrimenti rischieremo di rimanere ferme sulle nostre pratiche quotidiane, che diventeranno più fine che mezzo.

 

Alla luce di questo però abbiamo rilevato un problema: concentrarci esclusivamente su come rendere l’esperienza di Casa Acmos più avvincente rischia di farci concentrare solo su chi ha la possibilità di vivere Casa Acmos regolarmente e quindi trascurare quella parte di movimento maggioritaria che passa per via Leoncavallo solo quando fa gec o quando è in settimana comunitaria.

 

L’accessibilità a Casa Acmos è diventata quindi per noi la questione centrale, perché attorno a questa si gioca la coesione del nostro movimento, di conseguenza il suo potere rivoluzionario. A partire dal desiderio di non delegare questa responsabilità abbiamo cercato uno strumento che potesse arrivare a tutte e possibilmente avvicinare alla pancia del movimento chi oggi se lo vive un po’ ai margini: ecco dunque lo Streben!

 

Una rivista che esce ogni coordinamento gec (quindi all’incirca un mese e mezzo) e che prova ad avvicinare il movimento sia con le sue pagine piene, in cui si troveranno spunti e riflessioni su ciò che ci riguarda direttamente, che con le pagine vuote, perché lo Streben non è pensato solo per essere letto dalle geche, ma anche per essere scritto da queste: non è altro che la trasposizione cartacea del concetto teatrale dello “spettattore” di Augusto Boal. Non lo diciamo per il vezzo della citazione: troppo spesso infatti idee vitali si perdono tra i corridoi, non trovando un canale per arrivare a più persone e considerato che queste idee sono l’ossigeno di un movimento giovanile non possiamo permettere che si disperdano nell’aria.

 

Quindi tra queste pagine troverete articoli di gec in settimana comunitaria, discussioni tra animatori di casa, interviste, cruciverba, interventi polemici e tutto ciò di sentito che uscirà dai gec e chi li circonda. L’unico criterio che chiediamo a chi collabora è che lo faccia nello spirito della “parola che se non cambia la realtà è un’impostura”: in queste parole Paulo Freire sintetizza tutto il nostro desiderio di rendere la rivista un vero strumento culturale, non uno spazio di riflessione velleitario.

 

In tutto questo la rivista ha un costo di due euro: non è un tentativo di lucrare su questa iniziativa (anche perché come piano farebbe tenerezza), ma è il desiderio di renderlo un progetto autonomo economicamente, per misurarci così anche con questo aspetto della sfida.

 

In ultima battuta: perché Streben? Perché abbiamo scoperto che nei primissimi anni della nostra storia esisteva una rivista con questo nome (oltre a essere ancora oggi il nome del nostro centro studi), allora abbiamo pensato che riprendere lo stesso nome potesse essere un modo per costruire un ponte con questa storia, perché sentiamo la grande responsabilità che abbiamo verso essa e crediamo che trovare punti di contatto ci aiuta a rinnovare il senso di questo impegno. Queste sono le idee, per i contenuti trovate il terzo numero nel salotto di Casa Acmos!

 

L’equipe animativa di Casa Acmos

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Cittadinanza globale, esperienza territoriale – Iscrizioni aperte per il nuovo bando di Servizio Civile Universale!

Puoi già iscriverti al nuovo bando di Servizio Civile Universale di Acmos e Benvenuti in Italia: “Cittadinanza globale, esperienza territoriale”!

 

Il nostro programma di riferimento è “Oltre il Presente: Giovani, Territorio, Futuro”.

 

Hai tra i 18 e i 28 anni? Sei unə cittadinə italianə o di un paese membro dell’Unione Europea?

 

Vorresti impegnarti per migliorare la tua città, favorire la partecipazione giovanile e aumentare la consapevolezza dellɜ giovani in merito alle sfide globali?

 

Vuoi iniziare a consolidare la tua indipendenza economica con un rimborso spese, e al contempo renderti utile per la cittadinanza?

 

Allora l’esperienza che offriamo fa proprio per te! Potrai svolgere laboratori educativi con lɜ giovani delle scuole del territorio, contribuire all’animazione sociale del quartiere di Barriera di Milano, organizzare una scuola per attivistɜ, e molto altro.

 

Il bando è aperto fino alle ore 14.00 dell’8 aprile 2026: scopri qui come candidarti al nostro progetto, codice PTXSU0005225010595NMTX!

 

Se vuoi scriverci per porci delle domande e chiarire eventuali dubbi, puoi contattarci alle mail: emma.fontanarosa@acmos.net e roberto.abagnale@acmos.net .

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Con Tina, per Tina, grazie a Tina

Il 9 febbraio si ricorda la morte di Florentina Motoc, una giovane ragazza rumena vittima di tratta, morta tragicamente a Torino 25 anni fa. La sua storia ci è cara, perché Casa Acmos, la nostra casa, è dedicata a lei. Per l’occasione abbiamo voluto ricordarla con un’immagine, un ragionamento e una promessa.

 

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Nel raccontare la storia di Tina ci hanno insegnato a dire che Tina ha avuto una figlia e che per lei è stato il riaccendersi di una speranza. Allora nel pensare a cosa deve aver significato avere una figlia nella sua situazione ci è venuta in mente questa poesia, che ci fa immaginare cosa può voler dire l’amore materno nell’affrontare le difficoltà della vita. Questa è l’immagine con cui la vogliamo ricordare: la speranza che ha suscitato in lei l’amore per la figlia, nonostante la situazione tragica non smetterà mai di meravigliarci e farci riflettere.  Ora non diremo più nulla su Tina, perché avere rispetto della sua memoria ci impone di riflettere prima di tutto su noi stessi. Questo perché nello scrivere queste parole non abbiamo voluto ignorare la dissonanza di fondo che sentiamo quando ricordiamo Tina e altre vittime innocenti: i sentimenti e le parole che esprimiamo spesso sono più lontani dalla realtà di quanto vorremmo.

 

Ci sono tanti ostacoli che ci allontanano dall’entrare in contatto profondo con il dolore per Tina: le nostre vite privilegiate, le incessanti distrazioni, l’incapacità di rapportarsi al dolore; sarebbero tante le cose da approfondire, ma forse l’ostacolo più grande è che spesso non crediamo di poter cambiare per davvero la realtà con il nostro impegno, quindi non crediamo di poter onorare realmente la sua memoria. Allora scrivere è la migliore forma di meditazione, per capire come liberarsi dall’umiliante ipocrisia di esprimere dolori che non si provano del tutto o di fare promesse che non si sentono realmente, quella stessa umiliante sensazione che spesso ci impedisce di alzare la testa di fronte a queste storie.

 

Se non crediamo di poter cambiare la realtà, il valore rivoluzionario della memoria che ci ha insegnato Libera non può esplodere dentro di noi. Allora crediamo che in questo scenario, che intacca sistematicamente la nostra speranza, sia necessario prendersi la responsabilità di chiedersi seriamente che cosa vogliamo dal nostro impegno e provare a tutti i costi a tenere viva quella speranza che dà senso alla nostra azione. Chiedersi questo in modo non retorico vuol dire considerare le implicazioni di ogni risposta e farsi un rigoroso esame di coscienza su cosa vogliamo più profondamente dalle nostre vite e come la storia di Tina e delle altre vittime innocenti di mafia c’entrano in tutto ciò.

 

Questo sarà l’anno del 21 marzo a Torino: spesso nel parlarne ci diciamo che speriamo riesca a coinvolgere più persone possibili, ma alla luce di queste riflessioni vogliamo fare un augurio diverso, ovvero che riesca a coinvolgere il più possibile noi stessi e che ci aiuti a fare le pesanti riflessioni di cui parlavamo prima, tenendoci ancorati all’umanità di queste storie, così da non rimanere schiacciati sotto il peso di questi interrogativi esistenziali.

 

Perché la promessa che vogliamo farti, cara Tina, ed è la prima volta che abbiamo la forza di alzare la testa e rivolgerci direttamente a te, è che noi continueremo a ricordarti ogni 9 febbraio perché è la nostra responsabilità, ma al tempo stesso ti promettiamo che a partire dalla tua memoria ci impegneremo a porci seriamente quelle domande, provando quindi a capire in cosa vogliamo trasformare il nostro impegno e la nostra memoria e nel far ciò proveremo a essere sensibili a ogni ipocrisia che proverà a infiltrarsi nelle nostre risposte e torneremo qui a ricordarti con una consapevolezza rinnovata di cosa vogliamo essere, sperando di riuscire a non arrenderci alla rassegnazione e quindi a onorare realmente la memoria tua e delle altre vittime innocenti. Quest’ultima è una speranza, ma la parte prima, il rigoroso esame di coscienza sul nostro impegno e la nostra speranza, è un impegno, che ci prendiamo con te, per te, grazie a te.

 

In conclusione aggiungiamo un ultimo passaggio: fare queste riflessioni insieme a Libera e al Gruppo Abele ha poi un altro grande valore; in questo periodo di grandi mobilitazioni e disordini ci siamo chiesti tanto con chi vogliamo accompagnarci nel fare queste riflessioni. Incontri come questo ci ricordano da dove veniamo e a quale idea di mondo apparteniamo: sono 26 anni che Acmos cammina assieme al Gruppo Abele e Libera per costruire una storia di giustizia attraverso valori come la nonviolenza e il rispetto dei valori democratici, quindi vivere insieme questi momenti per noi è anche un’occasione per ricordarci quanto è importante tenersi stretti e coltivare i rapporti con chi ci ha accompagnato nel tempo, senza dimenticarci o sminuire il valore che ha avuto e che può avere questo camminare insieme!

 

L’equipe di Casa Acmos

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Tu mi hai capito? Guerra dentro – quarta edizione del festival sul benessere mentale dellɜ adolescenti

GUERRA DENTRO
23-27 febbraio 2026

“L’ansia mangia quando con lei non vado d’accordo
Fuori un’altra guerra scoppia e io non me ne accorgo”

 

Gli ultimi anni hanno visto il tema della salute mentale entrare con maggiore forza nel dibattito pubblico e nei contesti educativi. In particolare, nelle scuole emerge con chiarezza un diffuso senso di smarrimento e precarietà vissuto da adolescenti e giovani, legato non solo a difficoltà personali, ma anche a un contesto globale attraversato da crisi profonde e rapide trasformazioni.
Guerre che segnano l’orizzonte del presente e del futuro, cambiamenti climatici sempre più evidenti, disuguaglianze sociali crescenti e un’accelerazione digitale che spesso amplifica isolamento e pressione incidono direttamente sul benessere psicologico delle nuove generazioni, alimentando ansia, senso di impotenza e sfiducia. In questo scenario, moltɜ studentɜ percepiscono di essere lasciatɜ solɜ nell’affrontare il proprio malessere e faticano a trovare spazi adeguati di ascolto e confronto.
Da questa consapevolezza nasce il festival “Tu mi hai capito?”.

 

Il fulcro di questa quarta edizione è un cambio di prospettiva: non persone che devono “stare bene” in un mondo che genera malessere, ma la costruzione di un mondo capace di produrre benessere attraverso la giustizia sociale.
Il festival mette in relazione salute mentale, guerre, crisi climatica e partecipazione attiva, partendo dalla convinzione che il benessere psicologico non possa essere disgiunto dalle condizioni materiali, relazionali e simboliche in cui le persone vivono.
In questo senso, la possibilità di prendere parola, partecipare alla costruzione di pratiche diverse e immaginare alternative collettive diventa una dimensione centrale della cura.
“Tu mi hai capito?” apre spazi di confronto in cui interrogarsi su come le crisi globali influenzano i vissuti individuali e su come l’agire collettivo, la responsabilità condivisa e la partecipazione possano rappresentare risorse fondamentali per il benessere, soprattutto per le giovani generazioni.

 

La scuola è uno dei luoghi privilegiati in cui questi temi emergono con maggiore evidenza e possono essere affrontati in modo strutturato. Portare il festival nelle scuole significa offrire occasioni di dialogo e confronto su salute mentale, futuro e partecipazione, valorizzando il punto di vista di studentɜ e rafforzando il ruolo della comunità educante.
Le attività proposte – incontri, laboratori e momenti partecipativi – sono pensate come spazi accessibili e orizzontali, adattabili ai diversi contesti scolastici, dedicati allɜ studentɜ, ma anche al personale scolastico ai genitori e alla cittadinanza.

 

Il festival è organizzato da ACMOS, in collaborazione con TiAscolto Aps, Il Bandolo, Telefono Amico Torino, La Tazza Blu, Aria – Spazi reali, DEB – Dialogue Explore Bond, Tuttoannodato, Cooperativa sociale L’Arcobaleno, Sbalzi – cultura in rilievo, Parole in Movimento ETS, Invərso Aps, Associazione “Il Tiglio”, Consulta Provinciale degli Studenti.

 

Scopri il programma completo!

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Musica Libera – il contest musicale per celebrare il 21 marzo 2026

In occasione del 21 marzo, Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo di tutte le vittime innocenti delle mafie, Libera Piemonte e ACMOS, in collaborazione con ARCI e Reset Festival, promuovono un contest musicale rivolto a giovani artistə, con l’obiettivo di intrecciare musica, partecipazione e impegno civile.

Il contest è aperto a artistə under 35, solistə o band, che desiderino partecipare inviando una cover o un brano inedito. Le canzoni proposte dovranno affrontare, anche in modo non esplicito o simbolico, temi legati all’impegno sociale, alla resistenza culturale, alla giustizia, alla speranza e al coraggio. Non è necessario che i brani facciano riferimento diretto alla mafia o alla criminalità organizzata: sono benvenuti anche pezzi che raccontino uno stato d’animo legato all’attualità o che esprimano forme di resistenza e impegno in senso ampio. Le cover sono ammesse, anche se i brani inediti sono particolarmente apprezzati.

La qualità tecnica della registrazione non rappresenta un criterio di esclusione: anche registrazioni semplici, realizzate con mezzi non professionali o da telefono, sono considerate valide. Ciò che conta è il contenuto, l’intenzione artistica e il messaggio che la musica riesce a trasmettere.

Per partecipare è necessario inviare il proprio brano all’indirizzo contest21marzo@acmos.net, indicando nella mail il titolo della canzone, il nome del progetto artistico o della band, la provenienza e una breve descrizione del brano e del suo significato. Avrete tempo fino al 2 marzo per inviare i vostri brani.

Dopo la selezione, lə artistə scelti si esibiranno dal vivo alla finale del contest, che si terrà venerdì 20 marzo presso OFF TOPIC a Torino.

Lə artistə vincitorə avrà la possibilità di esibirsi al Festival Armonia, in programma il 20 e 21 giugno presso Cascina Caccia a San Sebastiano Po, bene confiscato alla ’ndrangheta, e di registrare professionalmente il proprio brano.

Il contest nasce dalla volontà di creare uno spazio in cui musica e impegno possano incontrarsi, valorizzando la voglia di stare insieme, di suonare e di prendere parola attraverso l’arte, contribuendo alla costruzione di una società più giusta e consapevole.

 

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27 gennaio 2026 – Giornata della Memoria: ricomporre gli argini

Il 27 gennaio del 1945 l’Armata Rossa apriva i cancelli del campo di sterminio di Auschwitz. Un’immagine che ha simboleggiato la fine di uno degli orrori più grandi della storia dell’umanità. Ottantuno anni fa si concludeva una delle pagine più nere dell’Occidente e, da quell’abisso, nascevano delle promesse: mai più la disumanizzazione, mai più la negazione della dignità, mai più la persecuzione fondata su origini, idee politiche, religione, orientamento, condizioni di vita.

 

La Giornata della Memoria nasce per tenere come monito lo sterminio di milioni di ebrei e, con loro, di tutte le persone considerate “diverse” dal progetto nazista. Vale la pena chiederci cosa sia per noi oggi Memoria: non solo commemorazione, ma profonda comprensione di un periodo storico che ci ha lasciati con un’eredità civile da custodire. Significa quindi spostare l’attenzione al presente, allenare la capacità di riconoscere i segnali di pericolo per la democrazia quando si manifestano e impegnarsi per prevenire il ripetersi di alcuni eventi.  

 

In queste settimane abbiamo assistito a eventi che hanno scombussolato la vita della nostra città, in ultimo lo sgombero dello stabile di corso Regina 47, occupato da Askatasuna a Torino, con la militarizzazione di un intero quartiere e la repressione violenta dei manifestanti. Un’operazione condotta mentre era in corso un percorso di dialogo istituzionale per trasformare quello spazio in un bene comune della città.

 

Oltre all’episodio in sé, per i cui modi resta necessaria la condanna, è preoccupante la progressiva normalizzazione della forza come unico strumento di governo del conflitto sociale. La repressione è ormai un marchio di fabbrica: criminalizzare e screditare chi protesta, chiudere spazi storici di aggregazione informale, soffocare il conflitto sociale invece di affrontarne le cause. Una scelta securitaria e muscolare che, in assenza di risposte credibili alle discriminazioni strutturali, preferisce colpire chi si organizza dal basso invece di intervenire alla radice dei problemi

 

Colpisce, ancora una volta, la selettività di questa repressione e la disparità di trattamento: gli interventi non si concentrano su spazi e realtà ricondotte all’estremismo di matrice neofascista, come CasaPound a Roma, bensì all’antagonismo politico di sinistra, in spazi che rappresentano e hanno rappresentato per decenni anche  luoghi di socialità, cultura, mutualismo. 

 

Non si tratta di sottovalutare l’importanza della legalità o della necessità che le istituzioni chiedano conto di responsabilità. Si tratta di denunciare un’azione politica istituzionale che usa questi argomenti come alibi per un’eliminazione violenta del dissenso e della socialità che lo nutre, impoverendo culturalmente la società tutta. Per chi come noi ha a cuore l’eredità morale e politica successiva ai fatti che il Giorno della Memoria evoca, e per chi sostiene quindi il valore di un sistema democratico, liberale, repubblicano e costituzionale, questi fatti sono particolarmente gravi. Sono gravi anche perché  si collocano in un contesto europeo e mondiale di retrocessione e crisi dei sistemi democratici e di alleanze internazionaliste di figure e movimenti xenofobi autoritari e imperialisti.

 

Qualcosa in queste settimane si è mosso. Diverse persone e realtà, con collocamenti politici anche distanti, hanno sentito la necessità di denunciare quanto accaduto, ciascuna secondo la propria sensibilità, e di rispondere costruendo un’assemblea nazionale e aderendo al corteo nazionale convocato il 31 gennaio a Torino. È un segnale importante che indica la gravità dei fatti che si stanno succedendo e l’adesione a queste iniziative è oggetto di un vivo dibattito: chi le governa? Qual è la prospettiva? Quando si costruiscono reti solidali tra esperienze così differenti, ci sono ragioni diverse che possono prevalere: l’azione da un lato può esser più forte, e il richiamo morale che mobilita le persone è alto. Allo stesso tempo si corre il rischio di essere strumentalizzati, di favorire tensioni e polarizzazioni che possono diventare alibi per una risposta repressiva ancora più decisa. Indipendentemente da cosa ciascuna persona e realtà deciderà di fare, riteniamo però che non sia sufficiente occupare le piazze e che alla mobilitazione debba seguire una risposta politica seria e continuativa: lasciare il terreno delle istituzioni in mano a chi lo usa per normalizzare l’erosione dei diritti e l’uso della forza come strumento politico, tradisce la lezione civile del Giorno della Memoria, e rende il pluralismo democratico e il dissenso più fragile e facilmente isolabile. 

 

Non abbiamo certezza di dove porteranno i movimenti e le agitazioni di queste settimane e di questi mesi, ma pensiamo che oltre allo scendere in piazza sia per noi urgente interrogarsi su come costruiamo un fronte democratico comune che abbia presupposti condivisi, e che tenga insieme le differenze di approcci e sensibilità. Cosa significa oggi arginare la deriva individualista e autoritaria che ha così grande consenso – nelle scuole, nei quartieri, nelle istituzioni ? Come si tradurranno queste mobilitazioni in un lavoro politico duraturo, capace di incidere diffusamente a livello culturale e anche negli spazi istituzionali? 

 

Tenere insieme questo doppio binario tra lavoro politico negli spazi istituzionali e nelle organizzazioni sociali formali e informali non è facile, e nonostante richieda molti compromessi è una scelta di efficacia e lungimiranza, non di rinuncia. Più che mai allora serve costruire connessioni e alleanze: tra chi lavora nei movimenti e chi agisce nelle istituzioni, tra chi in modo diverso condivide l’obiettivo di salvaguardare lo stato di diritto e allargare spazi di libertà, giustizia e democrazia. 

 

Evitando paragoni storici impropri e forzati, continuando a dedicare questa Giornata alla memoria delle vittime, quelle morte e quelle sopravvissute, e allo studio e alla comprensione di quei fatti, per noi il 27 gennaio continua a parlare al nostro tempo, a interrogare profondamente le nostre vite e le nostre organizzazioni e a impegnarle in esperienze continuative e compromettenti di partecipazione democratica attiva e consapevole.

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Formazione animator3 WeCare in Cascina Caccia: 28-30 novembre 2025

“L’educazione diventa libertà quando trasforma chi insegna e chi apprende”, scriveva nel 1994 bell hooks, scrittrice, attivista e femminista statunitense, nel suo Insegnare a trasgredire.

Sono queste parole, che condensano ottimamente lo spirito di questi giorni, ad aprire a mio avviso il sipario sul weekend dedicato alla formazione animatori e animatrici della rete WeCare, che si è tenuto dal 28 al 30 novembre presso Cascina Caccia, bene confiscato alla ‘ndrangheta e battezzato così in nome del magistrato Bruno Caccia, assassinato dalla famiglia Belfiore.

Venerdì 28 novembre

Dopo l’arrivo nel tardo pomeriggio, sistemiamo tutti gli zaini nelle camere e ci prepariamo per la cena, preparata da alcuni/e volontari/e della rete. La scelta di cucinare vegano per questi giorni riflette una precisa posizione etica che come rete scegliamo di riproporre durante i momenti comunitari.

Come d’abitudine, la prima serata è dedicata a dei giochi rompighiaccio per permettere a tutti i membri delle realtà della rete di conoscersi tra loro. Ci sono tante facce note ma anche molti ragazzi e molte ragazze che si affacciano per la prima volta a questo ambiente. Veniamo divisi/e in gruppi da quattro o cinque persone per poi essere smistati/e in varie stazioni, che fanno riferimento a diversi/e animatori/trici. A turno, dobbiamo compiere le task che ogni stazione richiede. Tra momenti profondi (ma anche grandi risate!) si chiude così la prima sera qui a Cascina Caccia.

Sabato 29 novembre

Il giorno dopo accorriamo a fare colazione per iniziare presto le attività. Ci raduniamo nella sala principale in cerchio e un’animatrice annuncia che per quella giornata seguiranno due formazioni parallele: una per animatori e animatrici esperte, l’altra per chi si approccia per le prime volte all’animazione d’ambiente o a chi vuole approfondire le basi teoriche dell’approccio pedagogico della rete WeCare. A sua volta, questi/e ultimi/e vengono suddivisi/e in ulteriori gruppi, che affronteranno a rotazione tre tavoli di discussione, sul modello degli European Café, dedicati a tre grandi figure pedagogiche di riferimento: bell hooks, Don Lorenzo Milani e Paulo Freire.

Riuniti/e attorno a un grande cartellone su cui emergono le parole “margine, paure, libertà” (seguite da alcune citazioni da Insegnare a trasgredire), centrali per il pensiero di bell hooks, approfondiamo brevemente il pensiero della scrittrice americana per poi avviare una riflessione personale e al contempo collettiva relativa a ciò che i temi cardine della sua filosofia suscitano in noi, rispetto alle nostre esperienze animative o eventuali timori rispetto ai ruoli che andremo a ricoprire.

Passati tre quarti d’ora, ci dirigiamo verso il tavolo su Don Lorenzo Milani, per approfondire la sua vita, il suo pensiero e la sua opera. Lo facciamo leggendo un estratto da Lettera ai giudici, uno scritto pubblicato da Milani nel 1965 in risposta all’accusa rivoltagli di “apologia di reato”, quando aveva difeso 13 persone incarcerate per renitenza alla leva. Dalle potenti righe di Milani, è in particolare il ruolo educativo come progresso della civiltà, e quindi il tema del potere, a emergere.

Per ultimo, andiamo alla scoperta di Paulo Freire, pedagogista brasiliano autore de La pedagogia degli oppressi. Freire parte dall’individuare una situazione oggettivo-problematica per rintracciare i temi generatori che permettano di aprirne possibilità inedite di azione, scardinanti il fatalismo nichilista di chi pensa che le cose non possano cambiare. Sono parole forti, che risuoneranno con noi per il resto di questi due giorni.

Quando ogni gruppo ha terminato il proprio lavoro, ci ritroviamo tutti/e nella sala principale per  tirare le fila della mattinata in una restituzione collettiva. Ci predisponiamo poi per il pranzo, e il pomeriggio prosegue all’insegna del ruolo della fantasia nell’educazione, con Grammatica della Fantasia di Gianni Rodari, intervallando letture dell’opera (abbiamo parlato di binomio fantastico, di estraneità fra le parole per farle convivere, di storie che non dicono, ma fanno dire qualcosa) con degli esercizi atti a sollecitare la nostra immaginazione.

Nella seconda parte del pomeriggio, attraversiamo il metodo del teatro dell’oppresso per immedesimarci nel concreto dentro le situazioni che ci vedranno animatori e animatrici nelle scuole. Vengono presi a modello 3 scenari, in cui improvvisamente nuovi personaggi sono chiamati ad entrare in scena e a modificare i rapporti tra personaggi. Chiunque può poi interrompere la rappresentazione per sostituirsi ad uno/a degli/lle attori/ttrici e condurre la sua parte in un modo diverso, evidenziandone le possibilità inedite di azione

Domenica 30 novembre

La mattina seguente incontriamo Davide Mattiello, fondatore di Acmos ed ex deputato alla Camera, che ci racconta di come i movimenti sociali si sono trasformati nel tempo a seconda del cambiamento del mondo che si trovavano di fronte. In mano tiene Il racconto dell’isola sconosciuta, opera del premio Nobel José Saramago. Ci consegna il testo cartaceo e ci consiglia di trovarci un nostro posto in Cascina, dove poterci dedicare per tre quarti d’ora alla lettura personale e meditativa del racconto. Una volta trascorso il tempo, ci raduniamo nuovamente in cerchio nel salone e per riportare alcuni passaggi pregnanti del testo e di spiegarne il perché, per poi scrivere su un cartellone posizionato al centro del cerchio la parola che meglio riassume la riflessione.

Si conclude così questo weekend di formazione animatori/animatrici della rete WeCare: stavolta, sul treno di ritorno, non portiamo soltanto uno zaino sulle spalle, ma un groviglio di idee, progetti, domande, emozioni che ci spinge a tuffarci con più consapevolezza e con più entusiasmo nel mondo dell’animazione, certi/e che niente quanto l’educazione politica ha il potere di trasformare visceralmente le ingiustizie della storia.

Gemma Petri – Le Discipline, Firenze

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Comprendere per agire: tre incontri per leggere il presente

Viviamo in un tempo in cui le emozioni sembrano esplodere e la rabbia trova spazio più facilmente del dialogo. Le nostre città, le nostre scuole, i nostri spazi di vita quotidiana sono attraversati da tensioni, polarizzazioni, parole che dividono. Non è solo il mondo là fuori, quello delle guerre o delle crisi globali: è anche il mondo vicino, quello che abitiamo ogni giorno. Da queste considerazioni nasce un ciclo di incontri organizzato da Acmos all’interno del progetto Z-reticoli dell’Informagiovani di Torino, per approfondire, conoscere e comprendere ciò che accade attorno a noi.

L’idea nasce dalla convinzione che la partecipazione passi prima di tutto dalla conoscenza e dalla riflessione critica. Troppo spesso si reagisce d’impulso, si prendono posizioni per necessità di identità, ma senza riuscire davvero a comprendere la complessità della società in cui viviamo. Con tre incontri – aperti a tuttɜ e pensati in particolare per giovani e studentɜ – vogliamo offrire momenti di confronto autentico su alcuni dei temi più urgenti del nostro tempo: le periferie, il dissenso e la nonviolenza.

Il percorso si apre il 18 novembre alle ore 15 con l’incontro “Oltre le etichette: giovani e periferie tra cultura e pregiudizio”, in dialogo con Esperance Hakuzwimana, scrittrice, e Ayoub Moussaid, fondatore di InMenteItaca. Un’occasione per guardare alle periferie non solo come luoghi di marginalità, ma come spazi di creatività, cultura e riscatto, e per interrogarsi sui pregiudizi che ancora ne condizionano la narrazione.

Il 2 dicembre, sempre alle ore 15, si prosegue con “Giovani e diritto al dissenso oggi, che vedrà in dialogo Valentina Sandroni, avvocata e referente di Libera Piemonte, e Nicola Rossiello del SILP CGIL. Un dialogo per capire quanto il diritto al dissenso sia davvero tutelato nella nostra società e come si possa costruire un equilibrio tra libertà di manifestare e necessità di sicurezza. Un tema delicato e attuale, in un momento in cui le risposte repressive sembrano diventare più frequenti e in cui serve tornare a parlare di partecipazione e responsabilità.

Il ciclo si chiude il 16 dicembre alle ore 15 con “La nonviolenza oggi: strategia, idee e metodi”, insieme a Enzo Ferrara del Centro Studi Sereno Regis e un volontario di Operazione Colomba. Un incontro per riscoprire la nonviolenza non come semplice assenza di conflitto, ma come scelta quotidiana, come metodo di azione e di cambiamento sociale, capace di costruire alternative reali alla cultura della paura e dell’odio.

Tre incontri, tre prospettive, un’unica direzione: quella di una cittadinanza consapevole, capace di interrogarsi, di ascoltare e di scegliere da che parte stare. Perché comprendere è già un primo passo verso il cambiamento.

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22 novembre 2025: Un fiore per Vito. Per una scuola sicura, giusta, viva

22 novembre 2025: Un fiore per Vito. Per una scuola sicura, giusta, viva

X Giornata nazionale per la sicurezza scolastica

 

Il 22 novembre 2025, in occasione della X Giornata nazionale per la sicurezza scolastica, ci ritroveremo uniti nel ricordo di Vito Scafidi, studente del liceo Darwin di Rivoli, vittima nel 2008 del crollo del controsoffitto della sua aula.
Un evento che, ancora oggi, interroga le coscienze e richiama l’urgenza di azioni concrete per garantire la sicurezza degli spazi educativi e formativi, intesa anche come corresponsabilità collettiva e culturale.
Da anni, ACMOSBenvenuti in Italia e Libera Piemonte, insieme alla famiglia di Vito e attraverso il Fondo Vito Scafidi, denunciano la sottovalutazione di un problema strutturale: la mancanza di attenzione e investimenti per la scuola pubblica.
Alcuni traguardi sono stati raggiunti — come l’istituzione della Giornata nazionale o la possibilità di destinare l’8 per mille all’edilizia scolastica — ma non sono sufficienti.

 

Per questo, anche quest’anno, a Torino, ci mobilitiamo per sostenere una visione della sicurezza fondata sull’educazione pubblica, sull’equità, sul diritto ad apprendere in ambienti sani e sicuri.

Lunedì 17 novembre, ore 10.00, Liceo Darwin di Rivoli

Incontro pubblico con istituzioni, studenti e società civile, per rilanciare l’urgenza di un piano nazionale per una scuola pubblica sicura, accessibile e inclusiva

Sabato 22 novembre, ore 15.00, Giardini Vito Scafidi

Commemorazione in ricordo di Vito Scafidi, attività laboratoriali e ludiche per famiglie, bambini e bambine, per costruire insieme una cultura della sicurezza come condizione di benessere collettivo, non solo fisica ma anche sociale, educativa e culturale

 

L’evento del 22 novembre è inserito nell’ambito del progetto “Goal in rete” con il finanziamento concesso dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali a valere sul Fondo per il finanziamento di iniziative e progetti di rilevanza nazionale ai sensi dell’art. 72 del decreto legislativo 3 luglio 2017, n. 117

 

 

Sicurezza scolastica: a che punto siamo oggi?

Il Rapporto dell’ “Osservatorio civico sulla sicurezza a scuola” di Cittadinanzattiva, e il Rapporto “Ecosistema Scuola” di Legambiente, restituiscono un quadro allarmante: 71 crolli nell’anno scolastico 2024/2025, in aumento rispetto all’anno precedente; 78.365 infortuni tra studenti nel 2024, con una crescita di oltre 7.000 casi rispetto all’anno precedente (dati INAIL); la metà degli edifici scolastici ha più di 60 anni e il 49% è stato costruito prima del 1976, anno dell’introduzione della normativa antisismica; su 60.030 sedi, ben 27.744 (46%) si trovano in zone sismiche ad alta pericolosità, ma solo il 4% ha subito interventi di adeguamento; ben 1 scuola su 5 non ha redatto o comunicato il DVR e il piano di evacuazione.

Inoltre secondo l’ONA (2021)2.292 edifici scolastici hanno ancora la presenza di amianto, esponendo circa 356.900 studenti e 50.000 lavoratori. Il rischio non riguarda solo le coperture esterne, ma anche impianti, pavimenti e materiali interni. Gravi anche le mancanze di agibilità (59%), prevenzione incendi (58%) e collaudi statici (42%). Per quanto riguarda l’accessibilità il Rapporto Istat 2023–2024 evidenzia che solo il 41% delle scuole è accessibile a studenti con disabilità motoria.

A questo si sommano i rischi ambientali e gli effetti della crisi climatica: ad oggi mancano dati aggregati specifici per le scuole, ma il quadro territoriale nazionale è preoccupante. Solo il 16% degli edifici ha beneficiato di interventi di efficientamento energetico. Circa il 66,6% degli edifici scolastici rientra nelle classi energetiche E, F, G. Le energie rinnovabili coprono appena il 21% degli edifici.

 

Priorità rovesciate: meno scuola, più armi. Quale sicurezza in Italia?

Esiste un evidente squilibrio nella distribuzione delle risorse pubbliche. Mentre l’investimento nell’istruzione resta basso e cronicamente insufficiente, cresce in modo significativo la spesa militare e per nuovi armamenti, giustificata da una narrazione securitaria che anche nel campo della cultura e dell’educazione antepone il controllo repressivo alla prevenzione, la forza alla cura.

Qualche dato significativo? L’Italia investe solo il 3,9% del PIL in istruzione, circa 76 miliardi (media OCSE: 4,7%); solo il 7,3% della spesa pubblica è destinato alla scuola (media UE: 9,6%); la spesa per studente in rapporto al Pil pro capite è calata dal 23% nel 2000 a meno del 20% nel 2023.

(fonti: OCSE;  “Investing in Education 2025” della Commissione europea)

Le spese militari sono in progressivo e significativo aumento: oltre 31 miliardi previsti per il 2025 (+7,24% rispetto al 2024) e, di questi, 13 miliardi sono destinati a nuovi sistemi d’arma (+77% in 5 anni). In alcune elaborazioni estese, considerando voci aggiuntive esterne al bilancio tradizionale del Ministero della Difesa, questa cifra complessiva può salire a 32.023 miliardi, con un incremento “ampio” stimato in +3,5 miliardi (pari a +12,4 %) rispetto al 2024.

(fonti: Bilancio del Ministero della Difesa; Osservatorio Milex)

 

22 novembre: un impegno vivo, non solo un ricordo

I numeri parlano chiaro: la scuola non è considerata un’infrastruttura strategica. Si rafforza invece una visione della sicurezza, anche nel campo dell’educazione, legata al controllo e alla forza, anziché alla prevenzione, all’inclusione e alla giustizia sociale. Crediamo invece che la vera sicurezza di un Paese si costruisca con cura, formazione, spazi dignitosi e accessibili, con investimenti adeguati e strutturali, con il coinvolgimento e la corresponsabilità di tutti i soggetti della scuola e in particolare di studenti e studentesse. Chiediamo per questo che si investano più fondi strutturali, oltre il PNRR, secondo le indicazioni dell’Osservatorio Nazionale dell’Edilizia Scolastica; che ci sia un aggiornamento costante dell’anagrafe dell’edilizia scolastica, includendo asili nido e università; che venga riconvocato l’Osservatorio nazionale, attualmente inattivo. In memoria di Vito Scafidi, questa giornata diventa occasione di mobilitazione collettiva.

 

 

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Campo Coinvolgi.net a Roma dal 4 al 6 ottobre 2025

Il 4, 5 e 6 ottobre 2025, a Roma, si è svolto il campo di volontariato del progetto Coinvolgi.net, nell’ambito del quale si sono tenuti incontri e laboratori per affrontare il vasto tema della decolonizzazione dell’associazionismo, della cooperazione internazionale e dei territori dell’America Latina, avendo come focus quelli del Guatemala.

due volontariɜ di Acmos e delle altre realtà aderenti al progetto hanno avuto modo di fare nuove esperienze e partecipare a laboratori e formazioni tenuti da volontariɜ dell’associazione romana Sulla Strada, che ormai da 25 anni milita nella cooperazione internazionale proponendo progetti educativi e di cooperazione internazionale nei territori Guatemalesi.

La plenaria iniziale, tenuta sia da vari ospiti interni all’associazione che da volontariɜ e lavoratorɜ Guatemaltesi, ha introdotto il tema della decolonizzazione dell’America Latina, attraversandone le cause sociali e le possibilità e alternative proposte dall’associazione insieme alla comunità Guatemalese.

Finita il momento di formazione, dopo i saluti iniziali, il gruppo di volontariɜ ha partecipato alla manifestazione contro il genocidio del popolo palestinese.

Durante il secondo giorno lɜ volontariɜ hanno avuto modo di partecipare a laboratori sul teatro dell’oppresso di Augusto Boal, e nel pomeriggio hanno prestato servizio nell’allestimento dell’evento per venticinquennale dell’associazione, presso la Casa Internazionale delle donne, aiutando a preparare i banchetti espositivi dei prodotti Guatemalesi. Finite le preparazioni abbiamo partecipato ai laboratori organizzati e visitato la mostra fotografica del progetto.

L’ultimo giorno, prima dei saluti finali, abbiamo avuto modo di confrontarci con Lorenzo Busi, direttore d’albergo di Romehello, ostello ospitante di tutto il gruppo dellɜ volontariɜ. Insieme abbiamo conosciuto questa realtà no profit che da anni a questa parte è in collaborazione con Sulla strada e si impegna nel proporre un tipo di business attento a sostenere politiche inclusive, di attenzione ai consumi ed etiche.

Questa esperienza ci è servita molto per mettere in discussione il nostro sguardo verso l’attivismo in contesti internazionali, e ha rappresentato un’opportunità per confrontarci anche con le altre realtà su quali siano le posture più utili e giuste per decolonizzare davvero il nostro impegno anche in Italia e sui nostri territori di azione.

Pietro Zerilli

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3 ottobre 2025 – Un fiore sul ponte per le Vittime dell’Immigrazione

Un fiore sul ponte delle Vittime dell’Immigrazione: la memoria di ieri e la mobilitazione di oggi.

Nel dodicesimo anniversario del naufragio del 3 ottobre 2013, in cui al largo di Lampedusa persero la vita almeno 368 persone, Torino torna a commemorare le vittime dell’immigrazione sul ponte a loro dedicato.

 

Quest’anno, tuttavia, il momento commemorativo sarà volutamente sobrio e ridotto a un gesto simbolico: una semplice deposizione di fiori. Una scelta condivisa da chi promuove l’iniziativa, per dare priorità alla partecipazione allo sciopero generale del 3 ottobre, indetto da USB e CGIL, e alle mobilitazioni cittadine in solidarietà con la popolazione palestinese di Gaza e con la Global Sumud Flotilla, attaccata mentre cercava di portare aiuti umanitari.

Non vogliamo separare le morti del Mediterraneo da quelle di Gaza. Oggi, a distanza di dodici anni dal naufragio di Lampedusa si continua a morire in mare, lungo le rotte migratorie, e anche sulla terraferma, in luoghi come Gaza, da cui non è più possibile fuggire. È lo stesso sistema a rendere queste morti invisibili e accettabili.

Assistiamo con sgomento alla sistematica violazione delle convenzioni e delle norme internazionali poste a fondamento della pace, della dignità umana e del diritto internazionale. Le gravi azioni condotte da Israele, che colpiscono la popolazione civile palestinese e ostacolano gli sforzi umanitari, avvengono nella più totale impunità, nel silenzio – o nella complice ambiguità – della comunità internazionale.

 

In particolare, la recente interdizione della Global Sumud Flotilla, attaccata in acque internazionali nonostante il suo dichiarato intento umanitario, rappresenta un atto gravissimo che viola apertamente le Convenzioni di Ginevra e la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare, che garantiscono il libero passaggio degli aiuti e la protezione delle navi civili.

In questo scenario, la narrazione istituzionale italiana, che continua a richiamarsi a presunti “canali umanitari già esistenti”, risulta non solo inadeguata ma anche offensiva. La Costituzione italiana, all’articolo 11, afferma con chiarezza che “l’Italia ripudia la guerra”. Eppure, il nostro Paese continua a essere tra i principali esportatori di armi verso Israele.

Le recenti conclusioni della Commissione d’inchiesta dell’ONU, secondo cui Israele avrebbe attuato atti che rientrano nella definizione di genocidio, infliggendo al popolo palestinese condizioni di vita finalizzate alla sua distruzione, non possono essere ignorate.

 

Di fronte a tutto ciò, riteniamo doveroso esprimere la nostra ferma opposizione. Non possiamo accettare che il diritto venga sostituito dalla forza, né che la difesa della vita e della dignità umana sia oggetto di criminalizzazione.

Scioperiamo perché non vogliamo essere complici. Perché crediamo che il silenzio, oggi, equivalga a complicità. E perché la memoria del 3 ottobre ci impone di difendere la vita, la libertà e la dignità di tutte le persone, ovunque si trovino.

L’appuntamento simbolico sul Ponte delle Vittime dell’Immigrazione resta dunque un momento importante di raccoglimento, per lasciare spazio alla mobilitazione cittadina. Un gesto essenziale, ma necessario, per tenere insieme memoria e responsabilità.

Per non dimenticare. Per restare umani. 

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Follow the money – Campagna per la cittadinanza 2025/2026

I soldi che ho sono la mia libertà, ma quelli che inseguo la mia schiavitù.”
Emis Killa (“Moneylove” ft. Massimo Pericolo)

 

Seguire il denaro” era il consiglio dell’informatore nel film “Tutti gli uomini del presidente”; è il fondamento del metodo investigativo di Falcone per la ricerca della verità nella lotta a mafie e corruzione, divenuto esemplare in tutto il mondo; ed è anche quello che ha fatto Francesca Albanese con il suo report “From economy of occupation to economy of genocide” a proposito del genocidio palestinese.

 

Conoscere i soldi, quanti sono, nelle mani di chi, come si manifestano, si muovono e si moltiplicano: è di certo un buon modo per capire la nostra realtà. La finanza ha consentito e condizionato lo sviluppo dell’uomo, anche in positivo, perché ha consentito alle persone di interagire oltre alla sfera limitata delle relazioni personali, familiari, tribali. Ma è l’accumulo di denaro, oggi al centro del nostro sistema capitalista globale, che determina tanto della società, della cultura, delle relazioni tra gli esseri umani e delle loro vite.

 

Ma il capitalismo non è solo un sistema economico: è a tutti gli effetti una ideologia, che fa corrispondere alla ricchezza personale concetti come benessere, felicità, successo, merito, mentre associa alla povertà la colpa, l’incapacità, il fallimento, la vergogna, l’insicurezza. Non è un’ideologia a cui si può liberamente aderire, ma una gabbia ben costruita, una logica dalla quale a nessuno è concesso di sfuggire totalmente. Già la condizione economica di partenza di ogni persona determina gran parte della propria vita e delle possibilità di scelta. Miliardi di persone poi ogni giorno si svegliano e vivono di fatto seguendo i soldi: il tempo della vita delle persone si può misurare in soldi guadagnati, risparmiati o spesi. E soprattutto vivono in-seguendo i soldi, che si sono trasformati da mezzo a fine: sono disposte a fare di tutto pur di poterne guadagnare e spendere sempre di più, o almeno apparire come se fossero nelle condizioni di farlo.

 

Cosa succede però a inseguire solo i soldi e la crescita economica senza limiti? Le conseguenze economiche e sociali sono tante. E i soldi fanno davvero la felicità? Domanda da un milione di dollari, a proposito…

 

Come facciamo i conti con le disuguaglianze economiche e con le conseguenze sociali e ambientali di questo sistema fondato sull’accumulo di soldi? In che senso questo sistema è insostenibile e tossico? Come può funzionare una democrazia se il potere sta nelle mani di chi possiede capitali?  Dalle migrazioni, alle guerre, dalla crisi climatica, alle mafie alla microcriminalità, dalle vecchie e nuove dipendenze, molto ha a che fare con i soldi e con la volontà di chi li detiene.

 

E se dalla finanza non si può né si deve sfuggire, come si può agire per disinnescare questa logica frustrante, attraverso quali pratiche, quali esperienze? E quali sono le proposte politiche su cui impegnarsi per regolare l’uso, l’accumulo, e la distribuzione del denaro, in modo equo e giusto?

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