La capacità di aspirare nell’epoca del precariato

sogni

Sintesi dell’articolo di M. Deriu, La capacità di aspirare nell’epoca del precariato, pubblicato su “Animazione sociale” 289/febbraio 2015 

Secondo l’antropologo indiano Appadurai la “capacità di aspirare” è una dimensione fondamentale della democrazia e del cambiamento sociale.

Essa corrisponde alla possibilità di far sentire la propria voce, di partecipare criticamente, di mettere in campo desideri ed obiettivi rivolti al futuro e al miglioramento delle condizioni individuali e collettive.

Questa capacità, o forse sarebbe meglio dire meta-capacità, non dipende solo dall’individuo ma dalla cultura a cui appartiene (l’ideale di cosa è una “buona vita” dipende dalle differenti culture) ed anche dalle condizioni sociali. Infatti per Appadurai essa è più sviluppata negli strati sociali più ricchi e potenti, che sono maggiormente in grado di produrre “narrazioni”, mobilitare reti, mettere in campo strumenti per raggiungere determinati obiettivi.

In fondo la “capacità di aspirare” è la capacità di immaginare e costruire ponti concreti tra il presente e il futuro.

Deriu si interroga su come le condizioni di precarietà in cui si trovano a vivere le attuali generazioni possono influire sulla loro “capacità ad aspirare”. In esse il senso di precarietà ed incertezza invade ogni spazio sociale e personale: dalla dubbia utilità del loro studio alla fragilità del lavoro, dalla crisi delle famiglie all’incertezza economica, dalla crisi delle agenzie formative a quella delle istituzioni politiche (Deriu parla di senso di “incertezza biografica”).

Complessivamente, questa situazione produce un abbassamento delle proprie aspettative; se non si ha una solida base nel presente, è difficile proiettarsi sul futuro. Ciò che i giovani “apprendono”, e a cui rischiano di adattarsi, è a vivere in modo precario.

Sono venute meno, rispetto ai giovani, le forme di integrazione sociale e simbolica che testimonino l’interesse per lo scambio tra generazioni, per il contributo che i giovani possono dare, per le competenze e le sensibilità che possono portare.

Perché le nuove generazioni non fanno sentire la loro voce, perché non protestano?

Secondo Bourdieu la precarietà si inserisce in una modalità di dominio di nuovo genere, fondata sull’istituzionalizzazione generalizzata e permanente di insicurezza che spinge ad accettare le nuove forme di sfruttamento per la sensazione di non avere reali alternative. In una cultura incentrata sull’individualismo e su una narrazione che insiste sulle infinite possibilità di fare, comprare, divenire, molti vivono queste esperienze più come uno scacco individuale, un’insufficienza personale, che come una condizione di svantaggio sociale e generazionale. La stessa necessità di dipendere dai genitori diventa un terreno di vergogna piuttosto che un’esperienza comune su cui costruire proteste collettive; questo dominio di nuovo tipo penetra nell’intimo, produce isolamento e depressione.

Il risultato di un’esposizione al precariato è stato il produrre un indebolimento della capacità di aspirare, una sua trasformazione in senso pragmatico.

La precarietà ha però anche abituato i giovani a impegnarsi su più fronti piuttosto che concentrarsi in un’unica direzione, ad attraversare diversi ambienti fisici e relazionali, a gestire forme di comunicazione molteplici con diverse reti di persone. Questa flessibilità, subita, può anche essere ribaltata e pensata a partire dalle esigenze della vita.

In che misura le nuove generazioni saranno in grado di trasformare la precarietà in forme riconosciute di diritto alla discontinuità e alla variabilità del lavoro, in diritto all’organizzazione del proprio tempo di vita e di lavoro nel quadro di una trasformazione generale delle forme di esistenza e di sussistenza?

Attualmente le nuove generazioni, faticando a prendere iniziative collettive, non riescono ad incidere sulle politiche pubbliche. Ma non possono aspettare che la questione del precariato venga risolto dalle passate generazioni, non solo perché hanno contribuito a crearla ma anche perché non vivendola in prima persona non sanno dare un significato ed un orientamento adeguato a queste nuove forme di esistenza.

In conclusione Deriu riporta un elenco di “strumenti politici” che Appadurai suggerisce alle nuove generazioni.

Qui l’elenco di cui sopra. La conclusione è, come vedrete, piuttosto deludente.

Potrebbero interessarti anche...

Una risposta

  1. 3 Febbraio 2016

    […] Nel suo articolo “La capacità di aspirare nell’epoca del precariato“, Marco Deriu si interroga su come le condizioni di precarietà in cui si trovano a vivere le […]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *